I GD sono per la libertà di culto e di espressione, per la coesistenza pacifica e l’interazione costruttiva tra diverse culture.
Viviamo una realtà territoriale in cui in questi mesi abbiamo potuto constatare come gli atti xenofobi vadano di pari passo alla criminalità organizzata in quanto ad infiltrazione nelle istituzioni e manifestazioni nella vita quotidiana, e ci riferiamo tanto alle offese verbali quanto alla violenza fisica e al diritto negato di manifestare la propria religione in un luogo di culto adatto e conforme ad una specifica religione e cultura, ovvero all’impossibilità di costruire di una moschea adeguata all’entità della comunità musulmana. Questo scaturisce da un’idea di fondo per la quale l’immigrato è necessariamente un criminale, venuto qui non per motivi di studio o di necessità economica, ma per “colonizzare” ed imporre i propri usi e costumi senza possibilità da parte del Paese ospitante di manifestare dissenso e, soprattutto, dialogo costruttivo. “Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume.” (art. 19 della Costituzione Italiana) Ora, se pregare verso la Mecca o astenersi dal mangiare maiale sono considerati “riti contrari al buon costume”, la società italiana sta vivendo una crisi di valori più profonda di quanto la si delinei, anzi, ci troviamo di fronte ad un grave ed imperdonabile errore di comprensione e valutazione. Potremmo anche citare Adam Smith: “Non abbiamo esperienza diretta di quello che gli altri uomini provano, ma possiamo formarci un'idea di quello che essi sentono immaginando quello che noi stessi sentiremmo, se ci trovassimo nella loro situazione”. Sarebbe emblematica la situazione a ruoli invertiti. Ma il problema non è circoscritto a questo territorio, sia per le concezioni ideologiche e politiche che stanno alla base di qualsiasi atto discriminatorio e xenofobo, sia per le modalità nelle quali questi, purtroppo, si esplicano. Ciò che ancora in molti non capiscono, indipendentemente dal credo politico e ideologico e dal contesto familiare e socio-culturale di provenienza, è che tra le parole diversità e pericolo non c’è identità. La diversità arricchisce, in ogni senso possibile. Venire a contatto con persone appartenenti ad una cultura diversa dalla propria, è fonte di crescita personale in termini di arricchimento culturale e di maggiore apertura mentale, ma è anche fonte di crescita sociale e statale per quanto concerne la disponibilità lavorativa in qualsiasi campo di chi approda in un altro Paese in cerca di fortuna, l’accrescimento del PIL e quello demografico, il fatto di poter ostentare (non in termini di vanità ovviamente) di essere un paese veramente democratico e multiculturale. Un Paese è definito multiculturale e aperto all’integrazione quando la società che vi abita è composta da un’ampia gamma di differenti culture, le quali coesistono rispettandosi reciprocamente e mantengono le proprie peculiarità, le quali, ci teniamo a ricordarlo, hanno carattere positivo, qualsiasi esse siano. I punti di forza intrinseci alle suddette differenze sono sfruttabili solamente cogliendo la necessità di costanti e sempre più propositive politiche d’integrazione; il punto di partenza per la riflessione e la successiva traduzione in atto dev’essere la scuola. I bambini stranieri costituiscono il 7% dell’intera popolazione scolastica italiana, e spesso questa minoranza non è adeguatamente integrata e valorizzata, di conseguenza non ha l’opportunità di vivere un’esperienza educativa che sia formativa al pari di quella vissuta dai bambini e dai ragazzi italiani. Questo aspetto però non è più trascurabile ormai. E' innegabile come l'immigrazione stia inevitabilmente trasformando la nostra società, ma una convivenza basata sui diritti e sui doveri può contribuire alla costruzione di una società multiculturale che si basi sul pluralismo, dove ogni persona possa manifestare le proprie diversità anche, e soprattutto, pubblicamente. E’ legittimo pretendere che vengano riconosciuti i propri doveri, le regole alle quali ci si deve attenere, ciò significa pagare le tasse, contribuire alla crescita del paese ospitante per quanto possibile, ma a questi doveri devono corrispondere altrettanti diritti, come il diritto di voto per gli stranieri che risiedono stabilmente nel territorio italiano da almeno cinque anni, o il diritto ad essere legalmente riconosciuti come italiani in base al principio dello ius soli. Spesso ci si fa portatori dell’ideale di uguaglianza costituzionale espresso nell’articolo 3, ma finchè non si raggiungerà la piena consapevolezza che all’uguaglianza formale deve corrispondere uguaglianza sostanziale, la nostra democrazia continuerà ad essere in uno stato di crisi e si svuoterà sempre più del suo significato.